1985 “MATCH D’AUTORE” di Alessandro Pultrone

Alessandro Pultrone interprete e pittore

 

1985 “MATCH D’AUTORE” mostra spettacolo di Alessandro Pultrone alla  Galleria Regina Roma e personale di Pittura e spettacolo “Frammenti in espansione” Circolo Montecitorio

alessandropultrone_montecitorio_85b Alessandro Pultrone Match d'autore 85   alessandro pultrone artista 1985

Il 19 aprile 1985 Alessandro Pultrone propone alla Galleria Regina di Roma “match d’autore” un monologo a più voci e personaggi di cui alcuni in video. Nello stesso anno, in giugno, porterà la performance “match d’autore” ed i suoi quadri anche al Circolo Montecitorio, dove aprirà e chiuderà la mostra collettiva “Frammenti in espansione”  ed alla inaugurazione del laboratorio d’arte di Farfa.

alessandropultrone_montecitorio_85  Alessandro Pultrone montecitorio  Alessandro Pultrone in Finlandia

Il “match d’autore” è uno spettacolo non facile da definire. Pur sapendo che avrà luogo, il pubblico non si accorge del suo inizio, perché si inserisce (come fosse incidentale e imprevisto) nel dialogo col i presenti, e si sa che il Maestro nelle sue manifestazioni è disponibile e si finisce sempre inevitabilmente col creare un capannello di  amici che lo interrogano e ascoltano.

In occasione della performance si viene interrotti dall’accendersi degli schermi video istallati nella sala. Sui monitor, un giornalista (lo stesso Pultrone), dallo studio di una redazione durante il telegiornale, dà notizia del decesso del Maestro Alessandro Pultrone mentre presenziava alla mostra (e cita quella in oggetto). E’ in quel momento che mentre si accende l’occhio di bue e si spengono le luci si è consapevoli di esser nella performance. Ne nasce una discussione tra l’artista che afferma di essere vivo e chiede testimonianza ai presenti ed il giornalista – che pur dialogando – nega la possibilità di parlare attraverso il televisore con i telespettatori, senza contare che, dichiara: lui e quel che dice è registrato… ed in ogni caso quel che dice la televisione è vero o viene considerato tale, quindi: l’artista è morto. A queste parole l’occhio di bue su Pultrone  (che sta ancora in mezzo al pubblico, si spegne e lui inebetito si allontana.

Contemporaneamente su altri video appaiono due altri personaggi, fortemente significativi della filosofia del Pultrone: i fantasmi, coscienze, energie, doppi (si definiscono così loro stessi) maschili e femminili dell’autore. Sono personaggi affascinanti che interverranno ancora, a tratti, nel dipanarsi della trama e che meriterebbero un approfondimento (ma non è questo il contesto).  I due, avvolti in enormi (e diversi) mantelli bianchi, usano un linguaggio classico e poetico che invece di risultare retorico, ammalia… ed è sempre l’autore ad interpretarli, in modo che risultino agli opposti, l’uno dell’altro. Sono i fantasmi che ad un certo punto del dialogo si accorgono ed annunciano al pubblico che sta entrando la madre dell’artista. I video si spengono e l’occhio di bue scopre e segue la madre (sempre il Pultrone) che, addolorata, passando tra gli astanti si avvicina al camerino (sempre presente nelle manifestazioni dell’artista).

La madre piange la dipartita del figlio, dimostrando che quanto sostenuto dal giornalista riguardo al potere persuasivo dei media è vero. Contemporaneamente però non vuole accettare sia morto per incidente o suicida e si interroga su chi potesse volerlo morto.

“Quando l’ho scritto, la genericità dell’annuncio del giornalista e l’ambiguità con cui l’avrebbe dovuto recitare, intendevano solo piantare un piccolo seme che avrebbe contribuito al pathos di dopo; che poi la mamma cercasse qualcuno da colpevolizzare esprimeva soprattutto  il suo rifiuto dell’evento … mai avrei immaginato che gran parte del pubblico avrebbe finito col convincersene, cercando nei personaggi che seguivano un assassino.” A. P.

Tanto il testo che l’interpretazione del personaggio della madre (con una certa cadenza e qualche frase in dialetto bolognese) erano complessi, perchè alternavano la satira al dramma. Erano comunque talmente psicologicamente coerenti  e “credibili”, da commuovere e fare ridere insieme.

Il monologo è un rincorrersi di domande a partire da “ Mo me lo potevi anche dire, però, che c’era tutta questa gente, che mi mettevo qualcosina di più adatto alla circostanza (al pubblico) Non mi dice mai niente! Chissà almeno se, se avevi mangiato… prima? Brisa par criticher, mo se c’ero io, non succedeva mica, sai! Ce l’hai la maglia di lana? Che non si sa mica dove si va a finire, sai. …”  Alla fine, notando la propria immagine riflessa nello specchio del camerino si convince che quello specchio possa avere memoria delle emozioni e intenzioni di chi riflette. Quasi che di ognuno restituisca solo l’immagine esteriore,trattenedo in sè l’anima, le intenzioni e la voce. Se è così lo specchio del camerino, di fronte al quale sono passati tutti i frequentatori del figlio, sa chi aveva intenzione di farli del male.Lo implora quindi di svelargi quel che sa. Per farlo offre il suo corpo, affinchè lo specchio possa riversarvi la personalità dei sospettati.

Miracolosamente o magicamente lo specchio acconsente e la povera donna verrà posseduta, progressivamente da una serie di personaggi fortemente e diversamente caratterizzati: l’imbonitore (“venghino, signori venghino! …che  l’artista è come il pollo, vale più da morto che da vivo!”); il funzionario che fa una elegia delle “bustarelle” o tangenti, che dir si voglia, dimostrando come gli siano dovute; poi il critico, il politico, la “ex fidanzata”e la “mai stata con lui”, il dirigente TV, il commercialista, l’amico …

L’amico introduce con la battuta “che gli dici a uno che te la canta?” una canzone “ti ricordi amore” che si trasforma puntualmente in improvvisazione con e tra il pubblico. Oggi diremmo che faceva un numero da “mentalista”, però cantando invece che suonando. Gli amici e la moglie, in qualche modo, temevano sempre quello che poteva rivelare e la reazione che ne poteva seguire. Nell’ultima rappresentazione del “match d’autore” ad “IncontrArti”, l’artista canta anche di questa paura (c’è una registrazione video).

L’amico conclude la sfilata dei personaggi (che nelle varie versioni cambieranno, aumentando anche di numero) e la madre (come sempre accadeva tra un personaggio e l’altro) torna ad essere sé stessa  e, con una frase anch’essa significativa del pensiero dell’autore, decide di interrompere quella sua ricerca di un colpevole perchè anche i peggiori di loro facevano male a sè stessi oltre che agli altri e perchè continuando, pur non condividendo, “rischio di comprenderli, mi accorgo di comprenderli”. Con un atto che non è né di bontà né di perdono, ma di “non giudizio”, la madre usciva di scena.

Mentre gli schermi video, svelavano un vecchio impiegato, quello dell’ufficio di collocamento … dell’al di là. Costui, dopo una breve e frettolosa autopresentazione (che stimolava non poche riflessioni)  “certifica” che l’artista da lui non era mai arrivato, quindi o il morto non è morto o … l’anima è stata rapita. Saluta rimandando al prossimo incontro, perchè “Tanto qui, passerete tutti, prima o poi

La trasmissione veniva disturbata ed una nuova trasmissione si sovrapponeva per sostituirsi all’altra. Come se in tv avessimo cambiato canale. Sono i “fantasmi”, le coscienze maschile e femminile dell’artista che, rincuorati dal fatto che qualcuno si sia accorto dell’accaduto, ora si debbono ricongiungere con il protagonista per affrontare, non il colpevole, ma il nemico.

Era un passaggio breve ma che dividendo anima e coscienza, spesso suscitava dibattiti post spettacolo.

“Un’anima pura è un’anima senza consapevolezza… e senza coscienza non c’è possibilità di scegliere. Per questo una persona inconsapevole dei propri atti non viene considerata punibile.” A. P.

Il match d’autore si chiudeva con il confronto scontro tra il male e l’autore. Un brano in crescendo di 17 minuti in cui tanto l’attore, con mimica e voce, tanto la musica (e le luci) si contrapponevano incalzanti.

Il male vuole solo che sia l’artista a sceglierlo, liberamente. Dopo averlo lusingato e tentato, dopo aver provato a manipolarlo, lo minaccia che anche qualora lui anche riuscisse a fare  intravedere alla gente un poco di verità, la gente sceglierebbe di ignorarla e -in una battuta che è un grido disperato- lo avvisa che in tal caso “Tu muori, magari per una voluta, forzata indifferenza… ma tu… tu muori

E l’’artista – quasi comprendendo la verità insita nel avvertimento e vivendola per un attimo la propria morte, ne riemergeva, rispondendo “Ma io risorgo … e tu no

Il monologo finale, leggermente ridotto fu riproposto a … in una delle tante presenze radiofoniche di Alessandro Pultrone come autore ed interprete ed era tra i brani proposti nel recital al teatro Olimpico nel 1987

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